Il Gruppo Padano di Piadena

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Nota per i lettori del sito internet:

In questo sito vengono riportate, rispetto alla pubblicazione originale,
solo le testimonianze dei piadenesi deportati in Germania
e raccolte dalle sezioni del PCI di Piadena e Vho nel 1985


Testimonianze

BRAGA Gino VAI A ...
MINGHETTI Pietro VAI A ...
RONDA Giannino VAI A ...
FOGLIA Cesare VAI A ...
ARISI Achille VAI A ...
BARCELLARI Fausto VAI A ...
MURA Aldo VAI A ...
PIZZONI Paolo VAI A ...
DENTI Luigi VAI A ...
DENTI Mario VAI A ...
FONTANELLA Mario VAI A ...
TONINI Mario VAI A ...

BRAGA GINO classe 1916

Sono stato fatto prigioniero dopo quattro anni e mezzo di militare. Mi trovavo a Como da una settimana in una batteria di contraerea e dovevamo partire per la Jugoslavia. Dopo l’8 settembre, giorno dell’armistizio, noi soldati siamo rimasti chiusi in caserma per tre giorni senza sapere cosa fare. La sera dell’11 settembre io e alcuni compagni decidiamo di tornare a casa. Prendemmo il treno, ma a Milano fummo presi dai tedeschi. Ci portarono prima in una scuola, poi ci misero su un’altro treno diretto in Germania.
            Eravamo su carri bestiame, 76 uomini per vagone, con una sentinella delle SS: infatti noi eravamo stati catturati dalle SS.
            Il treno era composto da quaranta vagoni e passò anche da Piadena. Addirittura si fermò al passaggio a livello del cimitero, proprio davanti a casa mia: se solo fossi riuscito a saltare dal treno sarei finito in casa.
            Al passaggio a livello sulla strada per Cremona vidi la Francesca Albertoni che corse ad avvisare mio padre. I macchinisti dei treni andavano di proposito lentamente nelle stazioni per permettere a qualcuno di fuggire. Mio padre teneva sempre pronta una cesta con dentro abiti civili, perchè con quel sistema faceva fuggire i prigionieri. Così fece anche con me.
            Mentre mio padre mi passava la cesta (il vagone era scoperto) fummo sorpresi dal tedesco di guardia il quale sparò un colpo di fucile che passò tra il viso di mio padre e il mio.
            La cesta cadde, mio padre la riprese, ma il soldato delle SS saltò dal vagone diede una calcio a mio padre che rispose con un pugno. Fortuna volle che intervenissero alcuni ferrovieri (Padovani e Pattini) i quali portarono via mio padre, altrimenti chissà come sarebbe finita. Feci però in tempo a consegnargli il mio orologio a cronometro, perchè se lo avessi avuto in Germania lo avrei venduto per un filone di pane. Così fecero anche gli altri soldati: consegnarono gli orologi ai ferrovieri i quali li nascosero in una cabina; ma un tedesco li vide e si prese tutti gli orologi. Tutti i ferrovieri mi facevano coraggio, dicendomi che gli alleati erano già in Sicilia e che al massimo sarei arrivato al Brennero, invece dopo sette giorni di viaggio arrivai al campo di concentramento al 9/A di Kassel.
            Quando il treno si è mosso da Piadena, un pò per la vicenda di mio padre, un pò perchè non ho più visto le case del paese, sono svenuto, la guardia che aveva capito che ero del paese mi ha sparato un colpo di moschetto che mi ha sfiorato la testa, uccidendo un soldato vicino a me. Un altro episodio tragico del viaggio lo vidi a Verona: un soldato italiano vide la madre e la sorella, saltò dal treno per salutarle e la sentinella li uccise tutti e tre.
            Arrivati al campo ci fotografarono e ci dettero il numero; il mio era 78.796. Poi ci presero le impronte digitali. Fui molto impressionato quando ci dissero che ci avrebbero decimati. Rimasi in questo campo una settimana poi con un gruppo di 100 soldati venni smistato a un campo di lavoro. Qui la vita era un pò meglio che al campo di concentramento. Al mattino ci portavano al lavoro in una fonderia e alla sera ci riportavano in baracca.
            Il rancio consisteva in un filone di pane alla settimana con un pò di margarina, in più brodo e rape tutti i giorni.
            Il lavoro era per me molto pesante e la disciplina molto dura. Se non si lavorava bene e con un certo ritmo si veniva picchiati.
            Ho visto uccidere molta gente. Un gruppo di 89 persone sono state fucilate, 10 per 10. Solo quattro sono riuscite a salvarsi, non si sa come. Vennero fucilati anche quattro miei compagni sorpresi mentre tentavano di fuggire verso casa.
            Ho avuto la fortuna durante la prigionia di ricevere spesso notizie da casa, ho potuto mandare sei cartoline e ricevere sei pacchi.
            Il 31 Marzo, era il Sabato Santo, io e i miei amici fuggimmo e ci nascondemmo in un bosco per quattro giorni, in attesa che gli americani finissero di festeggiare Pasqua. Già da un mese si aveva l’impressione che qualche cosa stava cambiando, i tedeschi erano meno duri, si aveva notizie che gli americani avanzavano.
            Finalmente il mercoledì dopo Pasqua gli americani ripresero i bombardamenti e l’avanzata. Quando vedemmo le bandiere bianche dei tedeschi uscimmo allo scoperto e scendemmo in paese a consegnarci agli americani.
            Durante la mia prigionia i bombardamenti aerei furono molto frequenti, specialmente negli ultimi tre mesi. Duravano anche tutto il giorno, tanto. da indurmi a pregare Dio perchè facesse finire la guerra o mi facesse morire.
            Consegnatici agli americani, questi ci tennero lì per parecchio tempo. Molti dei miei compagni vennero a casa a piedi o con mezzi di fortuna. Per me era impossibile farlo. Ero troppo debilitato (pesavo 37 Kg.) e così arrivai a casa il 9 Agosto 1945.
            I primi giorni di prigionia avemmo parecchi problemi con i francesi, inglesi e americani i quali non dimenticavano che fino a poco tempo prima eravamo loro nemici. Poi le cose si appianarono.
            Io posso dire che nel periodo trascorso con gli americani stavo bene. Facevo il barbiere e invece di farmi pagare mi facevo dare sigarette e cioccolata che distribuivo poi alla sera in baracca ai miei compagni.
            Il primo di Agosto sono partito con una tradotta americana per l’Italia. Durante i trasferimenti all’interno della Germania ci comportavamo piuttosto male con i tedeschi, vendicandoci così di tutto quello che avevamo subito. Un giorno che eravamo ancora al campo decidemmo, io e un altro, di vendicarci del capo reparto dell’officina. Andammo da lui con l’intenzione di picchiarlo. Strada facendo incontrammo un russo, che aveva lavorato con noi, il quale ci disse che si era già vendicato del capo reparto, togliendogli i vestiti. Noi proseguimmo lo stesso e arrivati, viste le condizioni del tedesco e la calda accoglienza che ci fece, gli demmo delle sigarette e ce ne andammo senza fargli niente. Sono stato contento che sia finita così però era giusto che qualcuno pagasse.
            Anche un boia come Reder era da uccidere il giorno in cui è stato preso.

 

MINGHETTI PIETRO classe 1921

            Ho iniziato a fare il servizio militare il 6 Gennaio 1941 fino all’armistizio, 8 Settembre 1943, quando sono stato fatto prigioniero. Mi trovavo a Merano. C’erano otto caserme, ma solo la nostra oppose un pò di resistenza. I tedeschi entrarono coi carri armati, ci presero tutti come prigionieri e, dopo averci radunati, ci fecero deporre le armi.
            Dopo averci fatto prigionieri ci tennero in quella stessa caserma ancora per tre o quattro giorni, poi un pomeriggio ci trasferirono, a piedi  (erano 30 Km. Circa) fino a Bolzano, dove oggi è stato costruito un ospedale.
            Qui siamo rimasti solo una notte. Alla mattina alle cinque, al risveglio, ci siamo trovati lì solo in 30 o 40 persone mentre tutti gli altri prigionieri erano stati trasferiti in Germania. Non è che di noi si fossero dimenticati, ma ci riportarono a Merano per la raccolta delle mele, dividendoci tra le diverse proprietà agricole.
            Un giorno ci trasferirono a Bolzano dove rimanemmo fino al 22 Gennaio 1944.
            Qui lavoravamo alla stazione, dove ogni sette o otto giorni c’erano grossi bombardamenti e quindi noi eravamo utilizzati  per lo sgombero delle macerie. Eravamo 100 o 150 prigionieri italiani. A volte c’erano dei nuovi arrivi, ma il numero rimaneva stabile per la fuga di altri.
            Dopo il 22 Gennaio ‘44 venimmo trasferiti a Mantova. Si rimase qui due o tre giorni. Poi prelevarono una trentina di persone fra noi che furono mandate a Villafranca (MN) per lavori nell’edilizia o nei campi.
Da qui partimmo direttamente per la Germania, precisamente arrivammo a Stercrate.
            Ci portarono in un campo di concentramento dove al nostro arrivo ci saranno stati 500 prigionieri, ma, sapemmo poi, altri 250 erano stati uccisi prima del nostro arrivo.
            In questo campo si soffriva molto la fame. Ci davano un goccio di caffè al mattino, a mezzogiorno un pò di farina di girasole nell’acqua con un etto di pane a testa, alla sera di nuovo la farina di girasole.
            Dopo un certo periodo di tempo ci mandarono a lavorare in fabbrica alla costruzione di modellini d’acciaio. Si lavorava in turni di 12 ore, dalle cinque del pomeriggio alle cinque del mattino. Una volta che noi si finiva il lavoro, loro lo buttavano via perché quei modellini non servivano a niente, praticamente ci facevano lavorare solo per occuparci il tempo.
Ancora una volta venimmo trasferiti.
Dopo un pò di tempo, infatti, ci portarono in un altro campo di concentramento
            Qui si andava a lavorare in una fabbrica dove si costruivano catene per le navi. Rimanemmo qui per un lungo periodo, fin quasi alla fine della guerra.
            Gli ultimi tre o quattro mesi di prigionia praticamente li passammo come sbandati, infatti nessuno ci voleva.
            Eravamo chiusi in una valle stretta. Al mattino ci prendevano e ci portavano lontani, una decina di chilometri. Durante la giornata ci arrangiavamo per il nutrimento e così eravamo costretti a mangiare l’erba che cresce lungo i fossi. Alla sera poi si ritornava ancora al campo e di nuovo alla mattina dopo ci portavano fuori, ma in un altro posto. Però, essendo in una vallata isolata, non potevamo tentare la fuga. In questo modo passarono circa due mesi.
            Una mattina abbiamo trovato, nel solito girovagare, un aeroporto bombardato e così ci siamo sistemati qui.
            In questo posto c’era ancora molta attrezzatura ed utilizzandola abbiamo costruito dei letti.
            Con noi non c’erano mai dei militari tedeschi. Loro ci portavano via alla mattina e così noi eravamo liberi di muoverci durante il giorno, ma alla sera ritornavamo, da soli, ancora al campo. Non si è mai potuto tentare la fuga perché i tedeschi ci tenevano sempre circondati e poi facevano saltare tutti quei ponti da dove noi avremmo potuto fuggire. Molte volte sentivamo nelle vicinanze parlare americano, ma non potemmo mai avvicinarci alla linea americana per l’isolamento.
            Dopo la nostra sistemazione nel campo d’aviazione non tornammo più al campo di concentramento e qui siamo stati liberati dagli americani, i quali ci hanno subito portato nelle loro caserme.
            Siamo rimasti qualche giorno mentre loro combattevano per spegnere gli ultimi focolai di resistenza tedesca. Piano piano siamo poi stati sistemati nelle ville dei tedeschi. Eravamo in un piccolo paese, ma con tutte costruzioni nuove, che era stato praticamente abbandonato da loro. Le case erano ancora tutte arredate. Infatti i tedeschi erano fuggiti lasciando tutto intatto.
            Noi siamo stati liberati dagli americani l’11 Aprile 1945 e in questo villaggio siamo rimasti fino al 1 Agosto quando poi ci hanno portato a Dussendorf, dove siamo rimasti due o tre giorni. Siamo passati poi sotto la protezione degli inglesi, in quanto questo territorio era stato liberato da loro.
            Devo dire che noi siamo stati i primi ad essere rimpatriati in Italia, anche se mio fratello, essendo più vicino al confine, è rientrato prima di me. Siamo partiti per primi anche perché dovevamo lasciare libere le case. Siamo così giunti a Pescantino l’otto Agosto 1945.
           
Durante la mia prigionia non ho mai ricevuto notizie dei miei famigliari. Ho ricevuto solo un pacco, ma ancora all’inizio della prigionia, quando ero al confine con l’Olanda. Poi a causa degli eccessivi spostamenti non ho più avuto contatti con la mia famiglia.
           
Per il lavoro fatto là nel campo di concentramento non ho mai preso soldi veri; ci davano quei marchi che avevano valore solo se spesi all’interno del lager, ma ce ne davano pochi anche di quelli.
            Ricordo molti episodi di maltrattamento, ma di alcuni in particolare vorrei parlare. Alla mattina c’erano dei civili tedeschi, persone anziane di 70/80 anni, che facevano colazione quando noi staccavamo dal turno di notte. Loro dallo stanzino ci chiamavano per darci qualcosa da mangiare di quello che avevano. Però ci mettevano dentro un pò di segatura di ferro, ma noi la mangiavamo lo stesso nonostante il dispetto fatto. A volte ci tiravano anche i martelli; fortunatamente al banco dove si lavorava in sei c’era una rete e così una volta mi ha protetto, altrimenti lo prendevo in testa.
            Tra i soldati tedeschi c’erano anche dei mutilati, amputati di braccio o di mano e poi c’erano degli anziani. Noi avevamo un sorvegliante di 80 anni che spesse volte ci prendeva anche a calci.  Per lui non era una fatica perché anche se noi eravamo più giovani eravamo talmente deboli che con un calcio cadevamo in dieci. Infatti io sono ritornato a casa che pesavo 36 Kg. dai 68 quali io ero prima di essere fatto prigioniero.
            Dispetti, certo, ce ne facevano molti, come ad esempio quando dovevano darci le sigarette. Prima ci facevano sempre fare dei lavori di pulizia anche se era domenica e dopo ci davano le sigarette. Comunque più da non darci da mangiare non so quali altri maltrattamenti potevano infliggerci. La fame era già una grossa tortura.
            Io so che quei prigionieri mandati a lavorare nei campi hanno patito meno la fame. Io stesso pochi mesi prima di essere liberato ho lavorato nei campi, essendomi ammalato di pleurite e ho potuto notare la differenza.
            Il nostro campo di concentramento era molto pericoloso in quanto non c’erano rifugi antibombardamento e di bombardamenti ne abbiamo avuti molti, alcuni anche vicinissimi.
            Siamo sempre stati fortunati perché questi bombardamenti venivano fatti dagli inglesi e loro erano più precisi nel mirare il bersaglio, mentre invece gli americani bombardavano a tappeto.
           
Avevamo un rifugio dove c’era la fabbrica, ma dove c’erano le baracche avevamo un paraschegge lontano un chilometro. Fortunatamente però avevamo un ospedale poco distante, circa mezzo chilometro, che era collocato sotto terra e così andavamo sempre a ripararci lì.
            Con tutti i bombardamenti che subivamo negli ultimi mesi una volta siamo rimasti chiusi in quel rifugio per 48 ore. Ricordo poi che quando c’è stato il bombardamento di Berlino, uno dei più grossi, l’8 Marzo 1945 tutti gli aeroplani, sono passati sopra il nostro campo, ma quella volta non lo hanno bombardato; ma è stato un grosso spavento lo stesso perché c’erano 2000 bombardieri e 900 caccia in volo. C’era il rifugio che tremava tutto, e noi eravamo fuori, a guardare perchè nonostante tutto era spettacolare. La reazione tedesca in quei grossi bombardamenti era limitata e lontana. Comunque i tedeschi sapevano sempre quando sarebbero state bombardate le loro città. Quando, dopo una nottata passata in rifugio, al mattino si ritornava al campo, ci facevano lavorare lo stesso. Infatti loro conoscevano attraverso una radio trasmittente a che ora, come e quanto sarebbero stati bombardati e così si è sempre lavorato senza correre pericoli. Solo una volta, durante il bombardamento di Amburgo, noi eravamo sempre fuori a guardare, i bombardamenti sono iniziati il mattino per finire il mattino seguente. Certo che quello deve essere stato un grosso disastro davvero! All’inizio avevamo visto solo due apparecchi ma poi subito dietro ce n’erano forse altri mille e così invece di rimanere nella trincea che ci eravamo scavati siamo fuggiti, tanta era la paura, per andare in una casa vicina. Così hanno iniziato a bombardarci, ma nessuno di noi è stato colpito fortunatamente. Se invece fossimo rimasti in trincea non avremmo corso nemmeno questo pericolo. Tutti quei continui bombardamenti e passaggi di aeroplani ci terrorizzavano. Ancora oggi io sento la paura quando vedo passare un aereo militare.
            Io non auguro a nessuno di rivivere la mia esperienza, nemmeno alla persona più infame.
            Noi italiani, dicono che sappiamo dimenticare presto. Ma quanto ci è stato fatto in Germania è stato troppo atroce e non si può dimenticare e così io penso che non si doveva liberare Reder perchè non meritava di essere perdonato, anzi si poteva tenerlo qui anche cento anni dopo la sua morte.

 

RONDA GIANNINO classe 1924

Sono stato fatto prigioniero dopo solo tredici giorni di servizio militare. Mi trovavo a Giulianello vicino a Velletri.
          Ero nei radiotelefonisti e stavamo costruendo la linea telefonica tra Giulianello e Velletri insieme ai tedeschi e alle camicie nere, quando l’8 Settembre 1943 giunse la notizia dell’armistizio. Noi militari non sapevamo cosa fare e chiedemmo al nostro colonnello come comportarci. Egli ci rispose che potevamo tornare a casa, ma di tenere ben presente che il nemico principale da cui guardarsi erano i tedeschi.
            Partimmo e andammo fino a Monterotondo a piedi. Lì prendemmo il treno e arrivammo a Reggio Emilia il 12 Settembre; lì ci presero i tedeschi. A Reggio Emilia rimanemmo due giorni, dopo di che ci portarono in Germania.
            Il viaggio durò sei giorni, durante i quali come cibo ci diedero delle mele a Bolzano e un pò di acqua calda con farina gialla. Eravamo in vagoni chiusi, una cinquantina di uomini per vagone, e per forza di cose facevamo anche i nostri bisogni fisiologici nei vagone. Durante il viaggio alcuni riuscirono a fuggire: riuscirono a rompere il vetro di un finestrino, e con una coperta in testa per ripararsi si buttarono dal finestrino con il treno in corsa. Alla stazione di Mantova si buttarono in quattro: non ho mai più saputo che fine hanno fatto.
            Siamo arrivati al campo di concentramento in Germania di notte: Il campo era chiamato Velimpostel ed era stato usato durante la guerra del ’15 ‘18. Ci rinchiusero in una baracca dove rimanemmo tre giorni senza mangiare. Passati i tre giorni ci presero le impronte digitali e ci assegnarono le baracche con letti a castello. Io ero al quinto piano.
            Finalmente arrivò il primo pasto: un chilo e mezzo di pane in quindici persone con un pò di acqua calda e carote. Il giorno dopo tutti in fila nel cortile. Faceva molto freddo perchè eravamo vicini al mare Baltico e tirava un vento gelido: qui ci dettero i numeri di prigionia.
            Nel campo eravamo circa in 15.000 prigionieri. C’erano belgi, francesi, polacchi, russi ecc. Noi soldati italiani eravamo tutti insieme. Dopo sette/otto giorni venne un interprete e ci chiese chi sapeva lavorare la terra. Io e altri trenta ci facemmo avanti. L’interprete ci spiegò che il mattino seguente dovevamo farci trovare pronti vicino al cancello perchè saremmo andati a raccogliere le barbabietole. Così la mattina dopo un camioncino ci venne a prendere e ci portò a 10 Km. dal campo. Arrivati sul posto trovammo altri prigionieri che già pratici del mestiere ci spiegarono cosa dovevamo fare. A mezzogiorno i contadini tedeschi andavano a mangiare, noi prigionieri invece rimanevamo lì. Mangiavamo dopo quello che ci portavano i contadini: un pezzo di pane, due patate e un pò d’acqua, ma si stava abbastanza bene, anche perchè potevamo portare al campo qualche patata. Questo lavoro purtroppo durò solo venti giorni. Una mattina, pronti per partire, venne l’interprete a dirci che non saremmo più andati in campagna, ma invece come operai in uno zuccherificio. Poi con due camion ci portarono in un paese, grande come Piadena, poco distante dal campo. In questo posto rimanemmo due mesi: lavoravamo a turni di diciotto ore consecutive, ma nonostante la fatica non si stava troppo male. Il proprietario ci dava abbastanza da mangiare. Lui diceva di essere stato durante la 1° guerra mondiale, prigioniero degli italiani a Firenze. Poiché non era stato trattato male si sentiva di fare altrettanto con noi. In tutto questo periodo dormivamo in un magazzino della fabbrica dove erano stati messi dei letti a castello.
            Finito il lavoro, il proprietario  prese i nostri numeri dicendoci che siccome era rimasto contento di noi ci avrebbe richiesto l’anno successivo. Ritornati al campo ci portarono a Nom che era a 14 Km. dal campo. Lavorammo in una grande fabbrica tipo la Pirelli. In tempi normali occupava 36.000 operai. Io ero nel reparto dove si facevano scatole di bachelite. Facevamo turni di otto ore a rotazione, si mangiava abbastanza, quasi come allo zuccherificio e saremmo stati bene se non fosse stato per i continui bombardamenti cui eravamo sottoposti. Questa fabbrica fu bombardata 73 volte e le ultime due, il 27 e il 29 Marzo ‘45 furono tremendi. Ricordo che prima di questi bombardamenti trovai dei manifestini buttati dagli aerei scritti in russo. Me li feci tradurre al campo dai prigionieri russi: dicevano che avrebbero picchiato ancora più duramente e ci invitavano a fuggire. Infatti alcuni giorni dopo, all’allarme ci buttammo nei boschi.
            Quel giorno contai ben 136 formazioni di 32 aerei ciascuna. Con questi bombardamenti finiva la guerra. Gli americani arrivarono a liberarci l’8 Aprile ’45. Era una domenica mattina e noi eravamo chiusi in un rifugio della fabbrica. Vedemmo un gruppo di soldati che noi scambiammo per SS in quanto non distinguevamo le divise; loro ci chiesero se eravamo tutti prigionieri italiani e un maresciallo, che era prigioniero con noi e conosceva l’americano, rispose che di tedeschi ormai non ce n’erano più.
            Cominciarono così a darci pane, cioccolato e sigarette. Questo nuovo interprete informò gli americani dell’esistenza dei 15.000 prigionieri al campo. Gli americani con quattro carri armati andarono a liberare il campo. Subito i prigionieri si precipitarono ai magazzini delle provviste alimentari tedesche.
            Rientrai in Italia il 13 Settembre 1945. I primi due mesi dopo la liberazione li passai al campo insieme agli americani dove avevamo carta bianca per muoverci e preoccuparci del cibo. Poi questo campo passò sotto la gestione inglese. Era l’8° armata, la stessa che aveva combattuto in Africa contro gli italiani. Le cose si misero un pò male perché loro ci consideravano ancora dei nemici; addirittura ci lasciarono una settimana senza mangiare perché mentre loro cercavano e non trovavano donne, noi eravamo corteggiati dalle tedesche. Per risolvere questo problema il maresciallo che fungeva da interprete andò dagli americani a riferire come stavano le cose. Questi telefonarono subito agli inglesi affinché ci dessero da mangiare fino all’ultimo giorno di permanenza. Da allora non avemmo più problemi neanche con gli inglesi. Quando in Settembre partimmo per l’Italia, facemmo 60 Km. sui camion americani per andare a prendere la tradotta, poi in treno arrivammo a Pescantina e sempre in treno fino a Brescia dove ci ricoverarono all’ospedale militare. Dopo la visita partii in camion per Piadena. I miei familiari non si aspettavano certo di vedermi. Infatti da un anno non avevano mie notizie, mentre io avevo ricevuto qualche loro lettera e qualche pacco. Devo dire che durante la prigionia non ho subìto particolari maltrattamenti e non ho avuto carcerieri particolarmente cattivi, salvo qualche eccezione. Infatti una volta liberati non abbiamo avuto reazioni di odio o risentimento nei confronti della popolazione tedesca.
            Durante la prigionia, il primo anno di lavoro mi hanno pagato con i marchi del campo che non valevano niente fuori; il secondo anno invece, quando lavoravamo in fabbrica ci pagavano con marchi veri. Per questo quando ci liberarono andavamo a volte a mangiare nei ristoranti. Posso dire di essere tornato dalla prigionia quasi “ricco”, avevo ben 35 marchi: la metà me li scambiarono in lire a Pescantina, l’altra mi dissero che me l’avrebbero scambiata in Banca a Piadena; invece nessuna Banca mi scambiò i rimanenti marchi.
            Voglio dare un giudizio sulla liberazione di Reder: non doveva essere liberato, ma meritava di essere ucciso perchè era un boia.

 

FOGLIA CESARE classe 1924

Sono stato fatto prigioniero dopo solo venti giorni di servizio militare. Mi trovavo a Postumia, appena trasferito da un paese più interno della Iugoslavia, dove ci avevano vestiti, armati, ma non ci avevano riforniti di munizioni.Il     9 Settembre ‘43, il giorno dopo l’armistizio, noi eravamo ricchi di armi: 25 cannoni, molte mitragliatrici, ma non avevamo neanche un proiettile. I tedeschi visto che alla mattina alle 8,30 – 9,00 non ci eravamo ancora arresi, cominciarono a bombardare l’accampamento conquistando subito la cucina. Il colonnello del nostro battaglione andò a parlamentare con i tedeschi, dopo di che ci diede l’ordine di cessare il fuoco, fuoco che noi non avevamo mai cominciato per l’assoluta mancanza di munizioni. Alle 10 eravamo già prigionieri dei tedeschi. Ci portarono fuori 10 Km. da Lubiana in un campo dove eravamo in 4/5.000 italiani. Qui passammo la notte. Ricordo di aver visto al risveglio un grande albero di mele, che mangiammo subito. I tedeschi ci divisero in gruppi di venticinque persone e ci portarono alla stazione più vicina. Qui ci fecero salire su vagoni bestiame che piombarono e dove rimanemmo per tutti i sette giorni del viaggio. Non ci diedero mai da mangiare durante il viaggio, solo una volta ci diedero da bere. Per fortuna ci eravamo portati delle “gallette” dalla caserma. Avevamo talmente fame che quando uno di Soresina mi diede un pezzo di pane nonostante altri prigionieri mi chiedessero di dividerlo con loro, io lo mangiai tutto, pensando che dividendolo non ce ne sarebbe stato per nessuno, e invece così mi sfamavo almeno io.
            Arrivammo al campo di concentramento in Germania, dove rimanemmo venti giorni. Qui non lavoravamo, ma il rancio era molto scarso: tre etti di pane ogni cinque persone e una minestra al giorno. Ci trasferirono poi in una caserma dove c’erano anche soldati tedeschi. Noi italiani eravamo circa in cento, e ci collocarono in camerate alternate a quelle tedesche. Poiché noi eravamo sempre affamati, andavamo spesso a rubargli il cibo. Quando se ne accorsero ci chiusero a chiave in una palazzina isolata. In questa palazzina noi stavamo solo la sera quando tornavamo dal lavoro. Infatti lavoravamo in un campo dove arrivavano i carri armati di cui noi dovevamo ungere i cingoli
            Improvvisamente dopo quattro mesi ci trasferirono nuovamente al campo di concentramento. Vi sostammo tre giorni e proseguimmo poi per Berlino. Arrivammo che era notte e suonava l’allarme. Ci spaventammo molto pensando che fosse arrivata la “nostra ora”, ma di lì a poco l’allarme cessò. Ci portarono, dopo, in una scuola grande come quella di Piadena. Eravamo in 105 e ci utilizzarono per spalare le macerie, portare via i morti dopo i bombardamenti e fare i traslochi dei cittadini tedeschi. Essendo tutto il giorno fuori per il lavoro si mangiava solo la sera, i soliti tre etti di pane per cinque persone e quella brodaglia chiamata minestra. Le guardie non erano particolarmente severe: solo una volta presi un calcio perché avevo le mani in tasca.
            In tutto il periodo di prigionia ebbi notizie dei miei famigliari solo sei o sette volte. Dall’inizio della prigionia non ne ebbi per sette mesi. Non fummo mai pagati per il lavoro fatto. Ci dettero solo marchi che valevano nel lager. Venni liberato il 1° Maggio 1945 dai soldati russi. L’azione si svolse cosi: una mattina mi trovavo a lavorare con un soldato tedesco quando giunse la notizia che stavano arrivando i russi. Io e un mio amico ci nascondemmo in una cantina di una casa abbandonata, poi decidemmo di uscire per farci vedere dai russi: infatti li trovammo già in strada. Dopo essere stati identificati come italiani ci consigliarono di andare all’interno delle linee russe perché se ci avessero sorpresi i tedeschi in quella zona ci avrebbero ammazzati. Eravamo circa in 200/250 italiani: Non si trovava niente da mangiare, poi riuscimmo a trovare della carne che facemmo bollire bevendo finalmente del brodo. Siamo poi partiti per raggiungere gli americani sperando di tornare in Italia tramite loro, ma arrivati allo sbarramento delle linee militari, improvvisamente le sbarre si chiusero e i russi ci dissero che saremmo tornati in Italia quando avrebbero voluto loro. Così ci trasferirono in un paesino, tipo Recorfano, dove finalmente si mangiava due volte al giorno.
            Rimpatriai il 22 Settembre ‘45 passando dai russi agli americani. Loro ci fermarono in Austria dove ci fecero la disinfestazione perché eravamo pieni di pidocchi. Ci portarono poi a Bolzano e da lì finalmente a casa.
            Posso dire che la mia esperienza non è stata delle più drammatiche, ma. è stata lo stesso un’esperienza che ha lasciato un segno, ed è un’esperienza che non auguro a nessuno, specialmente alle nuove generazioni. Ricordo troppo bene i momenti di umiliazione, di quando passavamo per andare a lavorare e i bambini tedeschi, ma anche le persone anziane, ci deridevano e ci sputavano addosso.
            Alla luce della mia esperienza non posso essere d’accordo con la liberazione di Reder, anzi sono convinto che meritasse la morte.

 

ARISI ACHILLE Classe 1926

            Abitavo a Colombarolo di Voltino. Un giorno vennero a casa mia i carabinieri di Piadena e mi chiesero come mai non mi fossi presentato in caserma alla chiamata della classe del 1° semestre 1926. Io e un mio amico per evitare la chiamata alle armi avevamo cercato lavoro alla TOT di Ghedi, ma le tre o quattro ditte da noi interpellate si rifiutarono tutte di assumerci, dicendo che tanto presto saremmo stati chiamati per il servizio militare.
           
Così quando i carabinieri vennero a cercarmi stavo lavorando in una piccola azienda agricola, con grande soddisfazione della mia famiglia che finalmente poteva contare su un nuovo contributo per migliorare la nostra precaria situazione economica. Io pensai subito che l’invito in caserma avrebbe significato o l’invio in Germania o in qualche fabbrica della TOT.
            Infatti, quando il mattino dopo io e il mio amico ci presentammo in caserma ci dissero che il giorno dopo ci avrebbero condotti a Cremona, senza darci nessuna spiegazione in merito.
            Il giorno dopo i carabinieri ci accompagnarono a Cremona, al centro raccolta dei lavoratori per la Germania. Qui c’era l’ufficio di collocamento per italiani e uno per i tedeschi. I tedeschi guardarono su un registro, quindi tramite un’interprete ci dissero che avremmo dovuto partire immediatamente per la Germania col primo treno in partenza alle 13,30. Io sentito questo mi sono un pò ribellato dicendo che non eravamo colpevoli di niente e che almeno ci lasciassero andare a casa qualche giorno per prepararci qualche cosa da portare con noi. Ci lasciarono ritornare a casa per un paio di giorni, ma minacciandoci di farci passare il peggio se non ci fossimo ripresentati e così dopo due giorni fummo spediti direttamente in Germania. Dopo tre giorni di tribolazioni arrivammo in provincia di Norimberga dove venni separato dal mio amico. Dovetti camminare ancora due giorni prima di arrivare a destinazione. Io trovai il posto di lavoro in una piccola azienda agricola. Prima però dovemmo passare attraverso l’ufficio di collocamento di Norimberga dove ci trovammo in una ventina di italiani. Qui i padroni tedeschi venivano a scegliere la mano d’opera. Io venni preso sottobraccio da una signora la quale tramite un’interprete mi chiese se ero capace di fare il contadino. Alla mia risposta affermativa mi portò davanti al collocatore e mi fece firmare delle carte, quindi mi portò nella sua azienda, che era in un piccolo paese lontano da Norimberga. Appena. arrivato mi assegnò il mio letto in una camera che dovevo dividere con un prigioniero ucraino. Dopo avermi dato un pò di cibo mi mandarono subito al lavoro nei campi, senza avermi concesso un pò di riposo, dopo un viaggio così lungo. Il giorno dopo il lavoro iniziò molto presto: alle 4,30 si veniva chiamati per andare in stalla dove il lavoro durava un paio d’ore. Ci veniva poi data la colazione e  inviati nei campi. Quando si ritornava a mezzogiorno si doveva ritornare a fare i lavori in stalla per poi riprendere di nuovo subito dopo mangiato. Si può immaginare come eravamo stanchi il pomeriggio prima di tornare nei campi.
           Con noi lavoravano anche i padroni essendo dei coltivatori diretti. Posso dire però che se il lavoro era duro in cambio non ci è mai mancato il mangiare, anche se il nostro vitto era molto diverso da quello dei padroni. Loro mangiavano spesso la carne, noi sempre patate.
            Al mio arrivo il padrone mi chiese se fumassi e alla mia risposta affermativa mi assegnò una tessera, naturalmente a mio pagamento. Come paga ci dava tre o quattro marchi alla settimana.
            Bisogna sapere che la razione mensile costava sette marchi ed era composta di 90 sigarette, tre al giorno, quindi per noi non si poteva parlare di una paga, ma di una mancia che ci poteva servire alla domenica. Verso la metà del 1944 subimmo dei bombardamenti e noi ci rifugiavamo nelle cantine. Bisognava inoltre essere molto prudenti, non uscire mai di notte, tenere sempre tutto buio.
            Io mi sono salvato, ma ho provato delle gran di paure che ricordo benissimo tutt’ora.
            Verso il 2 o 3 Maggio 1945 giunsero gli americani. In questo periodo i nostri padroni tedeschi divennero un pò più cattivi perchè non potevano uscire liberamente per i bombardamenti, perché la guerra continuava, ma la sentivano già persa, perchè non si poteva lavorare nei campi e loro dovevano mantenerci ugualmente. L’ultima sera, che ricordo ancora oggi come la più brutta della mia vita, fummo circondati dai carri armati americani. I tedeschi erano ormai in rotta, ma un gruppo di essi, rifugiatisi in un boschetto vicino a noi, opponevano ancora resistenza. Gli americani bombardavano con i carri armati e gli aerei. Verso mezzanotte tutti i tedeschi fuggirono e alla mattina noi uscimmo dalle cantine. Da quel momento fummo più liberi ma non potemmo andarcene subito, perché la situazione non era ancora molto chiara. Però da allora i nostri padroni incominciarono ad odiarci e a non darci da mangiare. Allora noi rubammo loro un bel pò di pane e per due o tre giorni rimediammo alla fame. In seguito avemmo una discussione con loro che capirono di sbagliare a prendersela con noi.
            Il 7 Maggio, quasi per caso si venne a sapere che la guerra era finita. Stavo lavorando nei campi con l’ucraino e i padroni (piantavamo le barbabietole), quando passò un prigioniero russo che ci avvisò che finalmente la guerra era finita. Alla sera andai a trovare un mio amico che lavorava in una cascina di un paesino lì vicino e decidemmo di partire il mattino successivo.
            Gli americani avevano organizzato nella zona un centro di raccolta di profughi.
            In una birreria avevano preparato dei posti per dormire e mangiare. Lì rimanemmo quindici giorni e i tedeschi avevano l’obbligo di procurarci da mangiare. Fummo poi portati al campo di raccolta n. 1 di Norimberga. Eravamo circa 3.000, la maggior parte erano italiani. Rimanemmo qui un mese circa. Non si stava tanto male. Il campo era gestito dagli americani.
            Verso il primo luglio 1945 sono rientrato a casa. Nel tempo che sono rimasto in Germania ho avuto notizie frequenti dalla mia famiglia fino al novembre 1944, poi si sono interrotte fino  al mio rientro. E’ stata quindi una grande sorpresa per i miei genitori il mio arrivo a casa.

 

BARCELLARI FAUSTO Classe 1921

            Quando venni fatto prigioniero mi trovavo in Francia dove ero andato per un campionato di calcio militare. L’8 Settembre ‘43 fummo presi dopo una breve resistenza. Ci portarono nel campo di concentramento vicino a Cannes dove rimanemmo un mese. La mia vita da militare prima della prigionia era discreta. Ero appena tornato dall’Africa e stavo facendo un campionato di calcio di serie C a Torino: io giocavo nell’Ivrea. Finito questo, mi hanno mandato a fare un campionato militare in Francia e me la passavo abbastanza bene. Ero aggregato ad un battaglione di mitraglieri. Ero militare dall’inizio del 1940. Dovendo sostenere questi campionati eravamo trattati bene, il mangiare era buono, praticamente eravamo trattati come sottufficiali dell’esercito. Proprio durante questo campionato successe il tracollo dell’8 Settembre ‘43, dove anche noi fummo fatti prigionieri e portati nel campo di concentramento dove rimasi un mese.
            Qui trovai anche dei compagni di Piadena, qualcuno mi ha anche fatto la guardia perché era dalla parte dei tedeschi, uno di questi. era T. L.
            Quando mi hanno fatto prigioniero ho dovuto fare cinque chilometri a piedi con le mani alzate e quindi c’era stata un pò di paura iniziale, anche perché i tedeschi avevano con loro i cani poliziotti che ci giravano attorno, tutti poi parlavano che ci sarebbero state delle fucilazioni e così avevamo una paura santissima.
            Nel campo di concentramento di Cannes eravamo in 1.000 prigionieri, sistemati sotto a dei capannoni a dormire in terra, trattati male, mangiare come si poteva, perché loro non ce ne davano e noi bisognava rubarlo. Da qui siamo stati trasferiti in Germania. Strada facendo io e altri due miei amici abbiamo avuto la possibilità di scappare dai vagoni bestiame perché i partigiani francesi avevano fatto saltare una parte della linea ferroviaria. Il treno nel deragliare ci dette la possibilità di aprire il portellone e fortunatamente in tre riuscimmo a fuggire. Con me c’era un certo De Maria di Saronno e un Grassi che abitava in un paese vicino alla frontiera svizzera. Rimanemmo liberi un mese. In questo periodo abbiamo attraversato la Francia dalle coste fino ai confini della Svizzera.
            Cercavamo infatti di arrivare in Svizzera, dove De Maria aveva un fratello, per poi vedere di rientrare in Italia. A pochi metri dalla frontiera fummo ripresi dai tedeschi e questa volta ci inflissero un mese di campo di disciplina a Sete, una piccola città, tipo Venezia, in mezzo all’acqua. Tutto sommato mi trovai abbastanza bene. C’erano molti prigionieri politici francesi e americani che ci passavano parecchia roba da mangiare e così non ho patito troppo la fame. Dopo questo mese venni trasferito in Germania: il viaggio durò due giorni e una notte, destinazione il campo II° A vicino a Stoccarda, dove rimasi due mesi. Nel frattempo arrivarono dalle fabbriche richieste di mano d’opera e così io e altri 15 italiani fummo mandati a Allen in una fabbrica di costruzione telai per macchine. I primi due mesi di questa prigionia furono durissimi in quanto dovevo fare dei lavori, che nella mia vita non sapevo nemmeno che esistessero, come adoperare la saldatrice elettrica per la quale poi di notte non potevo nemmeno dormire per il bruciore che avevo negli occhi.
            Fortunatamente i tedeschi avevano bisogno al fronte di tutti i loro uomini un pò validi, così richiamarono in guerra l’autista della fabbrica, un uomo sui 40 anni, dando a me l’incarico di guidare il camion. Avevo con me un ragazzo di 14 anni che parlava anche il francese. Io questa lingua,  pur non parlandola,  riuscivo a capirla bene perché ero stato sei mesi in Francia.
            La mia vita di prigioniero, soprattutto nell’ultimo periodo, fu abbastanza discreta. Anche i miei amici poterono chiamarsi fortunati in quanto io, uscendo col camion, riuscivo sempre a tornare con del pane e delle patate che poi dividevo con loro. Tolto il primo mese passato nel campo di disciplina e i primi due mesi passati a Stoccarda in cui sono stato effettivamente un prigioniero, il resto del tempo di prigionia l’ho trascorso come lavoratore, anche se non proprio libero come un civile perché avevo sempre vicino questo ragazzo che mi doveva sorvegliare ma che in realtà non contava niente. Per questo lavoro prendevo paga, o meglio, come tutti i prigionieri, prendevo quei cartellini con su il marco. Di questi cartellini ne ho portati anche a casa perchè ci avevano detto che la Banca ce li avrebbe cambiati, ma questo però non si è verificato. Questi erano soldi che valevano solo nel lager; ma per il mio lavoro, dovendo uscire col camion mi davano anche dei soldi veri.
            Verso i miei carcerieri non ho mai avuto nell’animo del risentimento, perché tolto il primo mese dove eravamo sotto una disciplina ferrea dove non si poteva nemmeno parlare, poi materialmente non sono mai stato trattato male.
            Durante la mia prigionia ho ricevuto pochissime notizie dai miei famigliari. Infatti nel ‘44 è morto mio padre ed io l’ho saputo solo al mio ritorno. Per la mia liberazione sono stato uno dei pochi fortunati. Nella fabbrica dove lavoravo gli italiani erano solo sedici.
            Qui si fermò un corpo d’armata americana da cui partivano ogni sette giorni dei camion per l’Italia. Nel frattempo conoscemmo un capitano che parlava molto bene l’italiano e con lui noi continuammo ad insistere perché ci rimpatriasse: così un giorno ci disse di prepararci perchè la settimana dopo ci avrebbe rispediti in Italia.
            Era il 17 Giugno 1945 quando io toccavo il suolo italiano. Pur non avendo mai avuto l’idea della vendetta, un pò di risentimento in me c’era. Pesavano i cinque anni di militare, e la coscienza di aver buttato via cinque anni di giovinezza per niente e per nessun scopo. Un pò di risentimento e odio verso i tedeschi c’è sempre stato. Per loro noi italiani eravamo dei nemici, ma loro per me erano ancora peggio dei nemici. Anche per questo sono contrario alla liberazione di Reder, per me Reder era un assassino e come tale doveva scontare tutta la sua pena.
            Ricordo che nella fabbrica dove lavoravo c’era una donna tedesca che trattava molto male le russe e le polacche, però quando stavano per giungere gli americani l’hanno giustiziata loro senza aspettare il processo, e così gli americani l’hanno trovata morta. Questa è stata una cosa giusta perché i tedeschi trattavano veramente male i russi e i polacchi. Prima della prigionia io ero militare ad Alessandria e poi sono stato mandato sul fronte occidentale dove sono rimasto fino alla fine di Agosto del 1940.
            Quando siamo tornati, siamo stati mandati ad Acqui, dove fummo preparati a partire per l’Africa. Prima di imbarcarci però rimanemmo fermi un mese e mezzo a Napoli, quindi partenza per l’Africa dove rimasi un anno. Qui incontrai un’infinità di gente che conoscevo, fra i quali mio fratello Piero che passava con la divisione Ariete diretto al fronte. Lui venne a trovarmi a Bengasi. La mia vita di militare dal 1940 al 1945 assomiglia un pò a un romanzo. Dopo un pò che ero militare mi sono ammalato di itterizia, ho però trovato un capitano che mi aiutò a rientrare in Italia. Ebbi la fortuna di rientrare a Torino dove trovai un ambiente che mi aiutò molto a guarire. Quello che mi aiutò molto però fu lo sport. A Torino giocavo al calcio in un momento che tanti erano al fronte. Io ero in sussistenza: il mio capitano che era uno sportivo mi aiutava in tutto. Tutto questo mi permise di non partire per la Russia, ma di rimanere in Italia. Quando fui preso dai tedeschi io ero però un militare in forza e prima di cadere prigionieri abbiamo reagito e combattuto una notte, ma al mattino poi ci siamo trovati circondati dai carri armati e abbiamo dovuto arrenderci.

 

MURA ALDO Classe 1914

            Sono stato fatto prigioniero dai tedeschi solo dopo trenta giorni di militare, ed ero d’istanza a Cremona. Fatti prigionieri all’8 Settembre siamo stati due giorni in via Brescia, dove avevano fatto un campo di concentramento. Ci hanno poi portati a Mantova dove siamo rimasti una settimana, poi ci hanno trasferiti in Germania. Durante il viaggio CremonaMantova siamo passati per Piadena, io ero sul vagone con FONTANELLA e il povero Attilio GUINDANI. Poichè c’erano queste persone del paese sul vagone abbiamo fatto in tempo a farci una certa scorta di viveri: pane, frutta, fiaschi di vino ecc., scorta che negli otto giorni di permanenza a Mantova si era presto esaurita. Fortunatamente a Mantova venivano a visitarci i nostri famigliari che ci portavano dei generi alimentari, perchè i tedeschi ci davano solo una pagnotta al giorno. Durante la mia prigionia sono passato in tre campi di concentramento: sono stato a Reghesburg a lavorare in uno zuccherificio, dove ho fatto la campagna per due mesi. Mi hanno poi mandato in una fabbrica di aeroplani, i Mesesnit, sempre a Reghesburg. Qui sono rimasto dal Febbraio ‘44 al Febbraio ‘45. Poi qui venne un bombardamento che distrusse tutto, seguito da un secondo bombardamento che fece il resto. Furono quindi costretti a trasferirci in Austria a Essen Lovi vicino a Garbi; qui c’era una strada che portava in Italia. Chiusero con un muro da una parte e dall’altra una galleria che attraversava una montagna, la riempirono di macchine utensili e qui dentro si lavorava.
            In quel posto mi ammalai di pleurite, perchè dalle montagne colava continuamente dell’acqua, formando una grande umidità.
            Sono stato fatto prigioniero l’8 Settembre ‘43 e sono ritornato a casa il 27 Aprile 1945 perchè sono scappato. Ricordo di avere fatto venti chilometri a piedi per arrivare al Brennero. Ogni duecento metri mi dovevo fermare per la stanchezza e la febbre che avevo, inoltre era una giornata di vento e neve. Sono arrivato al Brennero alle quattro di notte: qui mi sono coricato sotto un ponte. La mattina dopo, che era Domenica, mi sono incamminato verso l’Italia. Sono stato fermo un giorno a Insbruch dove c’era una visita di controllo: gli ammalati li lasciavano proseguire per l’Italia, i sani ritornavano a lavorare sulle montagne. Io ero con un amico di Pavia e subito si sono accorti che eravamo molto ammalati: io avevo la febbre e lui era tutto gonfio per la nefrite e così ci hanno lasciato passare per arrivare al Brennero.
            Durante la mia prigionia ho subìto parecchi maltrattamenti e sempre per la difesa delle zuppe. Siccome si lavorava in due turni, dalle 18 alle 6 del mattino o viceversa, a mezzanotte c’era una specie di rancio, un mestolo di brodo. Si mangiava in due gruppi, uno a mezzanotte e uno alle ventiquattro e trenta. Io ero nel secondo gruppo e quando arrivavo non c’era più niente, così dopo due o tre sere dissi ad un mio amico che volevo tentare di inserirmi nel primo gruppo; cosi lo facemmo entrambi. Ma appena entrato nel camerone un altro mio amico, di Gorizia, mi gridò “Mura Mura torna indietro perchè qui c’è il tuo capo”. Siccome c’erano stati altri casi simili al mio, quel capo, che era severo, era venuto di persona a controllare e così mi aveva visto. Al momento non mi disse niente. Io, al grido del mio compagno, ero ritornato subito indietro, rimanendo anche quella sera senza cena. Appena entrato in baracca venne a chiedermi il tesserino (serviva per entrare e uscire dalla fabbrica) in tono molto cattivo; tirò giù il mio numero e mi fece chiamare dalle SS. Queste volevano sapere il perchè. Io feci spiegare dall’interprete che erano tre notti che non arrivavo al rancio, che avevo tentato di cambiare gruppo e che ero stato visto dal capo. Mentre mi interrogavano mi facevano girare sotto il naso il manganello, ma quella volta si accontentarono delle spiegazioni.
            Ricordo che dopo il secondo bombardamento a Reghenslurg del 25 Febbraio ‘44 ci spostarono a sgomberare le macerie perchè avevano distrutto tutto. In uno di questi capannoni distrutti si trovavano gli spogliatoi dei tedeschi. In mezzo ai detriti trovai un paio di pantaloni di stoffa. Io, che avevo ancora indosso gli abiti di quando mi fecero prigioniero, tutti rotti e cuciti in qualche maniera, me li misi attorno alla vita, ma nel lavorare mi caddero e così venni scoperto. Lì c’era la polizia che mi prese e mi portò in caserma dove venni picchiato a sangue. Dopo venni di nuovo portato al campo di concentramento dove mi aspettava il mio capo. Qui si stancarono di picchiarmi in tre: prima il capo e poi le due guardie. L’interprete contava le frustate, io cercavo di ripararmi ma ne ho prese molte anche in faccia  finchè, sfinito, mi portarono in baracca. Qui c’era il povero Guindani che quel giorno non era di turno, il quale si spaventò molto vedendo come ero conciato e non si spiegava cosa avessi fatto.
            E così quel giorno oltre alle paure dei bombardamenti che durarono dalla mattina alle otto fino alle tredici in un continuo avvicendarsi di formazioni aeree, alla fame, al freddo, che ci disfacevano fisicamente e moralmente potei aggiungere anche tutte quelle botte. Si può immaginare com’era il mio morale. Seppi il giorno dopo dall’interprete che avevo preso 45 frustate quando solitamente per queste punizioni ne venivano date 25. In quei giorni credetti di non farcela a ritornare e invece passarono anche quegli angosciosi momenti.
            Per il nostro lavoro, se ci avessero pagati, avremmo preso dei bei soldi. Ci davano 200 marchi al mese, ma erano marchi che potevano essere spesi solo nel lager. Quello che mi rimaneva lo spesi al Brennero, tre belle cartelle da 100 marchi in panini. Quando fuggimmo mi trovavo in infermeria, con la pleurite, la febbre tutto il giorno. Mi davano da mangiare solo rape e barbabietole. La mia grande paura era di non potercela fare a tornare in Italia, e pregavo i miei soci che dicessero anche a me quando intendevano fuggire perchè sarei andato con loro a qualsiasi costo. Mi preparavo facendo essiccare un pò di pane da portarmi durante la fuga. La sera del 18 Aprile ‘45 mi dissero che la notte si sarebbe partiti. Ormai si poteva fare con una certa facilità perchè i tedeschi erano già in disfatta. Saltai dalla finestra dell’infermeria e raggiunsi la baracca dove si trovavano gli altri e così partimmo insieme. Avremo fatto più o meno venti chilometri in treno, il resto tutto a piedi. Io avevo poca resistenza, ma quando ci incamminammo sulla strada che veniva al Brennero pensai “Sono già in Italia”. Arrivati a Bolzano trovai un posto di blocco dove davano da mangiare: era un pò di riso che sarebbe andato bene come colla per attaccare i manifesti, ma a me sembrò un balsamo. Ero rimasto con l’amico che aveva la nefretie. Dopo un pò che eravamo coricati lui mi chiese se me la sentivo di ripartire dato che c’erano in partenza tre camion per Verona e così decidemmo di tentare. Viaggiammo tutta la notte costeggiando la sponda veronese del Lago di Garda. Era una bella notte serena e continuamente c’era “Pippo” che ci sorvolava, per cui i camion erano costretti a fermarsi e noi a buttarci per terra. Arrivati a Peschiera ci consigliarono di scendere perché a Verona c’erano ancora i tedeschi. Passammo il ponte e prendemmo la strada per Asola, qui incontrammo un carrettiere che ci chiese da dove venivamo e se avevamo fame. Alla nostra risposta affermativa ci portò in una cascina dove chiese agli abitanti di darci da mangiare perchè eravamo dei prigionieri fuggiti dalla Germania. Era ancora mattina presto, ma le donne ci prepararono uova, pane e salame. Che mangiata mi son fatto! Inoltre ci chiesero se volevamo dormire. C’erano molti fienili e della paglia per coricarci un po’. Stanchi come eravamo decidemmo di accettare. Dopo un pò sentimmo dei forti scoppi: stavano facendo saltare le polveriere a Verona, ma sembravano nell’aia, e così riprendemmo il cammino per non incontrarci in altri pericoli.
            Chiedemmo alle donne di insegnarci dei sentieri di campagna che ci permettesse di uscire a Medole, queste ci avvertirono però di farci riconoscere ogni qualvolta si avesse l’impressione che dietro i cespugli ci fossero i partigiani. Infatti ne incontrammo un gruppo. Arrivammo a Medole di sera, era il 26 Aprile, c’era una grande confusione di gente, tutti festeggiavano la Liberazione, subito ci offrirono da mangiare. Noi però non rimanemmo in quella confusione e andammo a dormire in una cascina fuori paese. Alla mattina ci alzammo presto per riprendere il cammino. Dal fienile vidi venire giù uno che conoscevo: era PASINI di Cigia de Botti. Mi raccontò che era stato preso dai tedeschi perchè faceva il partigiano a Cingia ed era stato portato a Bardolino per essere fucilato, ma arrivato là era riuscito a fuggire.
            Gli chiesi se era intenzionato ad arrivare a casa per la notte e alla sua risposta affermativa gli chiesi di andare ad avvisare i miei genitori che mi venissero incontro perchè io non ce la facevo più. Intanto io però mi sarei portato dopo Asola. Il mio amico mi disse però di non ritornare da Canneto S/O perché il ponte era bombardato, ma di passare per Isola Dovarese. Allora gli raccomandai di mandarmi incontro mia sorella con il carretto.
            Infatti mi incontrai con lei davanti al cimitero sulla strada tra Fontanella e Isola Dovarese. Mia sorella appena mi vide si spaventò perchè facevo veramente impressione: pesavo 46 Kg. (oggi ne peso 95), avevo i buchi in faccia perché avevo avuto dei foruncoli che mi facevano uscire del pus, mal vestito, avevo pantaloni di tela juta, un paio di scarpe rotte, una giacca francese e un berretto russo. Quando la gente mi incontrava, dopo le prime esclamazioni di stupore invece di avvicinarsi si allontanava. Mia madre per il mio ritorno aveva ucciso un’anitra e una gallina e preparato i tortellini, ma per la febbre non riuscii a mangiare niente. Il giorno dopo con un camion dei partigiani di Cingia mi portarono all’ospedale di Cremona dove rimasi 35/40 giorni e dove guarii molto bene. Durante la mia prigionia stetti i primi sei mesi senza notizie dei miei famigliari. Ma anche dopo le notizie sono sempre state poche.
            Con i miei carcerieri ho sempre avuto dei pessimi rapporti, mi sfogavo augurandogli tutti gli accidenti possibili, soprattutto dopo quelle gran botte che ho preso. Se avessi avuto la possibilità di vendicarmi lo avrei fatto volentieri, ma allora non avevo nemmeno la forza di stare in piedi. Poi essendo scappato, ho perso l’occasione dei giorni favorevoli per restituire le botte ricevute. So però che qualcuno è riuscito a farlo. Voglio anche dichiarare che sono contrario alla liberazione di Reder, questo boia doveva essere ucciso subito.

 

PIZZONI PAOLO Classe 1926

            Nel maggio del 1944 venne emesso un bando che obbligava alcuni giovani elencati in una lista, a presentarsi “volontari” a lavorare in Germania. L’alternativa era quella di trovare un rifugio e nascondersi. Molti giovani che per motivi di famiglia non potevano imboscarsi furono costretti a partire. Io fui uno di quelli.
            Il 19 Maggio mi presentai al distretto, qui mi visitarono, mi presero i dati anagrafici e mi chiusero alle scuole. Eravamo una ventina, fra noi c’era anche qualche anziano. Dopo due giorni, verso mezzogiorno, ci scortarono in stazione dove ci misero su una littorina diretti a Mantova, da qui ci fecero proseguire in treno fino a Suzzara, dove ci chiusero in un campo di raccolta comandato dai tedeschi.
            Il giorno dopo, passata un’altra visita, ci fotografarono e assegnarono ad ognuno il proprio numero, il mio era il 32 o il 33.
            Rimanemmo al campo qualche giorno in attesa dell’arrivo di altri giovani e sabato sera partimmo verso la Germania. Noi eravamo classificati come lavoratori deportati civili. In stazione a Verona aggiunsero altri vagoni al treno e il mattino dopo arrivammo ad un campo di concentramento a Insbruch. Scesi dal treno, ci sfamarono con del brodo di rape e ci consegnarono il pane per due giorni, noi per fortuna avevamo anche qualche rifornimento portato da casa. Ci smistarono in due gruppi: il mio gruppo venne portato al porto di Danzica. Qui siamo rimasti un giorno in un campo di concentramento costituito prevalentemente da prigionieri russi. Nuovo smistamento e questa volta mi portarono a Stettino in Polonia.
            Arrivati ci diedero da mangiare e dei nuovi documenti. Noi italiani eravamo stati un pò divisi, Con me c’era uno di Voltido, uno di Piacenza e uno di Cremona che però erano del 1920; poi ognuno di noi venne destinato per un diverso posto di lavoro in cascine isolate di proprietà dei tedeschi. Io fortunatamente fui mandato in una cascina in cui mi trovavo abbastanza bene: lavoravo, mangiavo e dormivo insieme ai proprietari che mi lavavano anche i vestiti. Con me rimase fino a Novembre anche quello di Voltido. Nella cascina potevo parlare liberamente. Discutevo specialmente con i figli del proprietario dell’andamento della guerra e riuscivo a sapere come andavano le cose. Seppi dell’attentato a Hitler e dell’avanzata dei russi fino a Varsavia. Ero in un paesino tipo S. Paolo e lì sono rimasto fino al 19 Gennaio 1945. Quel giorno arrivò l’ordine che le famiglie tedesche dovevano scappare perchè stavano arrivando i russi. Io non sapevo cosa fare e siccome mi trovavo bene con quella famiglia mi ritirai con loro, prendendo con altri profughi la strada che portava all’interno della Germania.
            Rimasi con loro fino al primo Febbraio, poi decisi di andare da solo. Camminai un giorno, poi un poliziotto mi indicò dove andare a ripararmi: era una fabbrica il cui padrone era un genovese. Mi accolsero molto bene, e mi portarono in una stanza dove tenevano nascosto un soldato che era scappato dal campo di concentramento: era di Napoli e facemmo subito amicizia. C’era anche uno di Trento, un civile anziano.
            Dopo un pò di giorni arrivarono altri quattro italiani: uno era di Genova , uno di Fiume e due calabresi, e lì rimanemmo fino alla fine di Febbraio.
            La notte tra il 24 e il 25 Febbraio sentimmo avvicinarsi dei carri armati: erano tre carri armati russi che stavano tornando indietro perchè la linea del fronte era poco lontana e loro l’avevano oltrepassata. Il mattino dopo verso le 8,30 sentimmo passare una squadriglia di aerei. Cinque di noi si erano già rifugiati in cantina. Rimanemmo fuori io e il calabrese: Gli aerei mitragliavano e mentre anche noi tentavamo di scendere in cantina, una pallottola colpì il calabrese alla spalla, io lo portai giù in cantina e con la camicia lo fasciammo. Rimanemmo poi tranquilli per circa una settimana, poi un sabato sera sentimmo dire che i tedeschi scappavano.
            Il mattino dopo, era il 4 Marzo, quando ci svegliammo uno mi disse se andavamo fuori a vedere cosa succedeva. Così facemmo. Prima guardammo alla finestra e vedemmo un sacco di gente che non avevamo mai visto prima. Decidemmo di uscire ma fummo subito fermati da due soldati russi che erano entrati con il mitra spianato. Noi alzammo subito le mani e ci consegnammo. Solo che, mentre per i miei compagni il riconoscimento fu facile, per me che ero in abiti civili e con un berretto tedesco ci fu qualche difficoltà: loro non credevano che fossi italiano. Finalmente si convinsero e abbassarono i mitra. In quei momenti posso dire di avere avuto veramente paura.
            Poi i russi ispezionarono tutte le case quindi se ne andarono. Al pomeriggio passò tutta la truppa russa che stava avanzando, ma noi rimanemmo lì. Siccome la fabbrica aveva dei forni per essicare le patate, servì ai russi per cuocere il pane, e noi aiutavamo a caricare e scaricare carbone, farina e pane, tanto per guadagnarci da mangiare. Rimanemmo fino al 16/17 Marzo, quando vennero di nuovo i russi a dirci di prepararci che dovevamo partire. Prima però ci interrogarono sinpolarmente. Io rimasi dentro dieci minuti, ma non aprii bocca perchè non capivo cosa mi domandavano e poi come civile non sapevo proprio niente. Ci caricarono su un camion e ci portarono a dormire in una cascina. Al mattino ci lasciarono liberi di andare dove volevamo. Per 4/5 giorni passammo da un treno all’altro senza meta, incontrando gente di ogni razza. Mangiavamo quello che avevamo in tasca e quello che trovavamo in giro. Io volevo arrivare al comando, come mi avevano consigliato i russi, e mi dissero che era a Varsavia. Andai in una stazione ed a ogni treno merci che passava chiedevo se andava a Varsavia, finalmente ci arrivai. Ma a Varsavia era tutto distrutto e mi dissero che il comando militare era stato trasferito a Lublino. In due giorni e tre notti arrivai in treno a Lublino, passai la notte in stazione e al mattino insieme ad altri soldati che avevo trovato lungo il percorso andammo al campo di raccolta. Ma lì non ci vollero tenere perchè era già tutto occupato. Ci dissero che dovevamo andare a Praga. Dietro la nostra richiesta di cibo, ci sfamarono, quindi ritornammo in stazione per prendere il treno per Praga. C’erano solo treni merci scoperti, noi non avevamo soldi per pagare, ma erano tutti pieni di profughi e nessuno pagava. In stazione vedemmo arrivare treni da Praga pieni di profughi, perchè da Praga li mandavano a Lublino, allora tornammo al campo e stavolta ci presero. Siamo rimasti lì dal 20 Marzo al 20 Aprile. Il campo era dei russi, ci dettero da mangiare e ci visitarono. In quel periodo visitammo un campo di sterminio con il forno crematorio e le fotografie di quello che avevano fatto i tedeschi.
            Il 21 Aprile venne l’ordine di partire: ci caricarono su un treno e ci portarono a Garcoff. Arrivammo il 27, ci lavarono, ci sfamarono e ci smistarono. Noi civili, saremmo stati 60/70, fummo messi in una zona separata dai militari, guardati da una sentinella. Aspettavamo che ci mandassero a casa, ma la guerra non era finita. La sera dell’8 Maggio la sentinella venne a dirci che i tedeschi avevano capitolato e che la guerra era finalmente finita.
            Noi eravamo contenti pensando che presto saremmo ritornati a casa, invece rimanemmo ancora lì fino al 15 Settembre. Il 9 Maggio il capo del campo ci radunò. Eravamo 1.250 tra militari e civili.  Il capitano ci informò in italiano della fine della guerra e della resa dei tedeschi. Ci vestirono tutti di nuovo e il 15 Settembre alle 12,00 partimmo per l’Italia salutati dalla banda.
            Sono arrivato a casa la sera del 6 Ottobre. I miei famigliari non mi aspettavano, avevano fatto delle ricerche tramite la Croce Rossa e avevano saputo che ero prigioniero in Russia in attesa di venire a casa. Inoltre il 4 Ottobre avevano ricevuto una mia cartolina in cui dicevo che stavo bene e in attesa di partenza.
            Invece io sono rimasto senza notizie dei miei famigliari dall’Ottobre del 1944.
            Per il lavoro fatto in Germania ho preso pochi soldi, più che altro servivano per le sigarette. Quando sono stato portato in Russia, i soldi tedeschi che ancora avevo non valevano niente.
            Sono arrivato in Italia il 4 Ottobre a Pontebana, quindi in camion, perchè la ferrovia era interrotta, sono arrivato a Udine, poi ho proseguito per Pescantina. Qui i militari ricevevano il premio di liberazione. A noi civili invece ce l’avrebbe dovuto dare il datore di lavoro.
            Io arrivato a casa sono andato dal mio datore il quale mi ha dato 2.000 lire.
Questa è la mia storia. Posso solo dire che i giorni più brutti della mia vita sono stati due: quando sono stato mitragliato e quando sono stato preso dai russi. Per il resto non mi è andata male. Ho patito poco la fame, quando invece so di tanti altri che sono stati peggio di me.

 

DENTI LUIGI Classe 1920

            Sono stato fatto prigioniero il 16 Settembre 1943. L’8 Settembre pensavo che presto sarebbe stato tutto finito perchè i tedeschi avevano detto che ci rimpatriavano. Erano tre anni e mezzo che ero militare in Grecia. Nei giorni dall’8 al 16 Settembre prima di essere fatto prigioniero ho fatto in tempo ad assistere a delle rappresaglie da parte dei tedeschi nei confronti dei cittadini greci, soprattutto dopo che era stato trovato un soldato tedesco morto alla periferia della città. Furono presi dieci cittadini greci che vennero impiccati sulla piazza.
            Certo noi avremmo potuto opporre resistenza ai tedeschi perchè in Grecia noi italiani eravamo più numerosi in un rapporto di 2.000 a 50.
            Le forze tedesche erano infatti concentrate sulle isole del Peloponneso. Noi però non potevamo intervenire perché non avevamo ordini al proposito. Il nostro colonnello di presidio, che era un cremonese, in assenza di ordini, trattò con i tedeschi la resa. Avremmo dovuto consegnare tutte le armi, dal carro armato al fucile e loro ci avrebbero rimpatriati. Una volta disarmati invece ci fecero prigionieri. Illudendoci di portarci in Italia ci fecero attraversare i Balcani, ma giunti in Austria ci chiusero nei vagoni con destinazione Germania, facendoci passare dalla Lituania dove c’era già un dito di brina per il gran freddo.
            Arrivati con la tradotta in Jugoslavia in una delle solite fermate per mangiare acqua e rape, un interprete ci chiese se qualcuno voleva collaborare con i tedeschi, ma nessuno di noi accettò.
            Naturalmente nessuno di noi sospettava le vere intenzioni dei tedeschi. Quando si arrivò al confine del Brennero ci incrociammo con una tradotta di carabinieri fatti prigionieri in Italia. Venivano da Bolzano ed erano diretti in Germania; furono loro a disilludere le nostre speranze di tornare in Italia.
            Dall’Austria impiegammo tre giorni per arrivare a destinazione. Eravamo partiti dalla Grecia su vagoni scoperti, con una temperatura mite e perciò poco vestiti, ma arrivammo a destinazione con molto freddo e con la brina nei campi. Il viaggio durò 14 giorni. Arrivammo il 30 Settembre. Ci portarono in un campo di concentramento dove eravamo in 50.000 prigionieri; tutt’attorno sembrava un deserto, non si vedevano nè case, nè persone. Dopo una settimana di permanenza, arrivò un ufficiale della Repubblica di Salò: ci radunò tutti noi italiani per fare propaganda fascista. Ci disse che sarebbe stato meglio per noi aderire alla Repubblica, piuttosto che rimanere lì a morire di fame, di stenti e di malattie, perché questa era la reale prospettiva, e lo dimostrava un enorme cimitero che avevamo vicino. Noi cremonesi decidemmo di seguire il nostro destino rimanendo prigionieri, convinti anche che tanto la guerra sarebbe durata ancora poco.
            Nel lager circolava la voce di radio fronte che la guerra sarebbe durata ancora pochi mesi, forse tre, e che a Natale si poteva essere tutti a casa. Invece siamo rimasti là 18 mesi . Dopo un mese di permanenza ci portarono via con una tradotta a scaglioni di 800 uomini, ancora svestiti. Il viaggio durò tre giorni. Mi avevano dato un filone di pane che doveva durare per tutto il viaggio, invece lo mangiai in un’ora. Ci portarono a lavorare sotto le imprese governative (TOT) dove ho lavorato per 18 mesi. Qui patii la fame: lavoravo 10 ore al giorno e si festava una Domenica sì e una no. La vita al campo era molto dura: alla mattina ci radunavano in un cortile e ogni tedesco aveva la sua squadra da accompagnare che riportava al campo la sera. Ognuno aveva la sua gavetta di acqua e rape e un pò di pane. Il lavoro era di manovale: si andava a spalare le macerie dopo i bombardamenti. Il 1 Settembre ‘44 poiché eravamo passati come lavoratori civili avevamo diritto ad una paga di 10 marchi al giorno (il marco era allora valutato 7 lire), invece ce ne diedero solo 1, che inoltre era valido solo nel lager, perché non era un vero marco, ma una specie di “buono” valido per comperare una lametta da barba o altre piccole cose allo spaccio del lager. Gli altri 9 Marchi, ci dissero, li avrebbero spediti a casa. Invece a casa non arrivò mai niente. Per la convenzione di Ginevra non potevano far lavorare i prigionieri militari, quindi a noi che lavoravamo sarebbe spettato una giusta paga, come ad esempio facevano gli americani e gli inglesi, dove, da loro, lavoravano solo i prigionieri che lo volevano fare, percependo una buono paga. Invece noi, prigionieri dei tedeschi, non avevamo scelta, si lavorava con fatica, patendo la fame e si veniva picchiati anche per niente, specialmente i più deboli che non riuscivano a stare al ritmo di lavoro. Erano veramente inumani per la violenza con cui ci trattavano, anche se c’era qualche carceriere più tollerante di altri, specialmente chi aveva figli prigionieri degli americani e sapeva, che erano trattati bene.
            I primi cinque mesi di prigionia non ricevetti notizie dai miei famigliari, solo dal Febbraio al Settembre ‘44 ricevetti notizie da casa, poi fino al mio ritorno non ne seppi più niente.
            Ricordo che la liberazione era nell’aria fin dal 1 Aprile. Noi la si aspettava proprio da un giorno all’altro. Era Pasqua ed io ero di riposo per l’alternanza in cui festavo. Dormivamo in un cinema grande come quello di Piadena in 150 italiani su letti a castello. Quella sera di Pasqua, si sentiva nell’aria la liberazione vicina. Il lunedì di Pasqua, 2 Aprile, si presentarono tre della TOT che ci guidarono sul lavoro e ci dissero di prepararci a partire entro un’ora. Noi 9 cremonesi ci sussurrammo nell’orecchio l’intenzione di scappare. E così in quell’ora che non eravamo guardati ci demmo alla fuga, pensando che tanto gli americani sarebbero arrivati presto. Ci nascondemmo in un capanno nei boschi di Rintel. Faceva ancora molto freddo, alla sera quindi pensammo di ritornare a dormire nel cinema. Eravamo quasi giunti quando vedemmo che le luci erano accese. Ci avvicinammo con cautela pensando fossero altri sbandati come noi, invece sentimmo le voci dei nostri compagni. Entrati ci abbracciammo. Subito ci raccontarono che alla mattina i tedeschi li avevano portati al lavoro, per un piccolo tratto di strada ma quasi subito li avevano fatti ritornare. Era evidente che ormai i tedeschi si sentivano inseguiti e non sapevano più dove andare. Alla mattina del martedì 3 Aprile ritornarono i tre della TOT, ma questa volta armati di fucile, subito si scagliarono contro di noi fuggitivi, e minacciandoci con il fucile ci fecero capire che un’altra volta non avremmo potuto fuggire. Ci portarono via facendoci camminare per tre giorni con noi 9 cremonesi sempre davanti sotto controllo. Eravamo tutti esausti perché da Pasqua non si mangiava più. La notte ci fermavamo nei cascinali di passaggio, sempre al freddo.
            La notte del 4 io e un mio amico (ci chiamavano i fratelli siamesi perché eravamo sempre insieme fin dal primo giorno di militare, era di Pieve S. Giacomo) vedemmo attaccato ad una inferriata della barchessa dove eravamo fermi, un pene di maiale. Subito decidemmo di rubarlo per mangiarcelo: toccò a me andarlo a prendere. Alla mattina del 5 ci rimettemmo in cammino. Il cielo minacciava di piovere da un momento all’altro. Dopo 2 ore di cammino su un’autostrada deserta, sotto un acquazzone, venimmo sorvolati da una pattuglia di caccia americani. Noi tentammo di buttarci a terra dietro la scarpata della strada, ma i tedeschi ce lo impedirono. Questi aerei andarono avanti un pò, poi ritornarono, sembrava proprio di essere davanti ad un plotone di esecuzione: tutti pensavamo fosse ormai finita per noi, ma poi evidentemente gli americani si accorsero che eravamo dei prigionieri e si allontanarono. A mezzogiorno arrivammo su un piazzale dove ci ordinarono di fermarci. Noi tutti, bagnati fradici e affamati, speravamo in qualche pezzo di pane, invece arrivarono tre civili cui fummo consegnati. Questo ci fece pensare che saremmo stati smistati nei vari cascinali e poi lasciati liberi. Invece attraverso vari passaggi di mano, e da un piccolo paese all’altro venimmo consegnati alle SS a Nover, che dovevano ucciderci perché non sapevano più cosa farsene di noi. Fortunatamente dopo aver parlato con loro, ed esserci spiegati, loro si dimostrarono comprensivi, ci lasciarono andare via. Vagabondammo per 2 o 3 giorni nei campi, nascondendoci dietro le rive alla vista dei tedeschi, perchè a qualcuno non venisse in mente di spararci. Finalmente al 9 Aprile incontrammo gli americani. Durante la prigionia ho visto morire molta gente, però dopo la mia liberazione non ho mai sentito il bisogno di vendetta nei confronti dei tedeschi, anche quando ce ne sarebbe stata l’occasione. Sono rimasto commosso invece quando ho visto la disperazione delle donne tedesche (così come le nostre) all’arresto dei loro uomini, ma la loro prigionia non era paragonabile con la nostra, in quanto la maggior parte sono rimasti lì nei loro paesi a lavorare un pò, poi venivano presto liberati. Infatti un mese dopo la mia liberazione girando liberamente ho visto dei tedeschi prigionieri essere portati in piccole aziende dove mancava la mano d’opera, e non li abbiamo mai visti fare la vita che avevamo fatto noi.
            Io sono stato liberato il 9 Aprile ‘45 e sono rientrato in Italia il 3 Settembre.
            I primi giorni dopo la liberazione i soldati vicino al confine riuscirono a rientrare, in autostop, in treno o a piedi, ma poi fu tutto più difficile. Ce lo impedivano. Chi veniva preso era riportato nei campi di concentramento, anche se non era più la medesima prigionia. Io distavo 800 chilometri dal Brennero e così non potei fuggire.
            Il rimpatrio venne ritardato perché i prigionieri erano tanti e di tante nazioni. Però in quei quattro mesi facevamo quello che volevamo, anche se noi italiani non abbiamo mai fatto razzie, perché avevamo da mangiare a sufficienza. Ricordo però che nella primavera, per effetto della fame arretrata, si andava a rubare le patate appena seminate. Noi italiani eravamo in 200 e si faceva cucina insieme ai russi. La popolazione per impedirci di rubare le patate ci aumentò la razione del pane: ormai avevamo sette ettogrammi di pane, più la gavetta. Quindi in quei quattro mesi ci siamo anche divertiti. Qualcuno si è anche trovato la morosa. Le donne tedesche, molte delle quali non sapevano dove era finito il marito, si affezionavano agli stranieri. Bisognava vedere come era commovente la nostra partenza.
            A riguardo della liberazione di Reder devo dire che è una cosa ingiusta perché era un boia. Inoltre hanno preso in giro la popolazione di Marzabotto con la farsa delle votazioni e poi il Governo ha deciso la liberazione ugualmente.
            Ho anche pensato che quella fiorista che gli mandava i fiori ogni mese avrebbe perduto il lavoro. Reder era un boia perché mutilato di un braccio avrebbe potuto essere esentato dal servizio , invece ci tenne a farlo, quindi quello che ha fatto lo ha fatto per libera scelta non per ordini superiori.

 

DENTI MARIO Classe 1921

            L’8 Settembre ‘45 mi trovavo militare nelle guardie di frontiera a Montecarlo. Ero militare dal Gennaio 1941. Quel giorno arrivò l’ordine di fermare i tedeschi e il nostro colonnello ci disse che dovevamo fermarli in ogni settore. Ci portammo in tre compagnie su una montagnetta appena fuori Montecarlo, mentre arrivava una colonna di tedeschi. Durante il fronteggiamento con i tedeschi vedemmo arrivare da Marsiglia molti soldati italiani in fuga: erano alpini, fanti, bersaglieri i quali dissero al nostro colonnello che era inutile combattere perché anche loro erano inseguiti dai tedeschi. Era meglio tentare di rientrare in Italia finché possibile. Il nostro colonnello insistette dicendo che dovevamo fermare i tedeschi e così noi rimanemmo sul posto.
            Dopo uno scambio di colpi ci accorgemmo che i tedeschi avevano circondato la montagna. Il colonnello, capita l’impossibilità di difenderci, decise allora la resa sperando che i tedeschi ci lasciassero rientrare in Italia. Appena scesi ci disarmarono e ci fecero prigionieri portandoci a Marsiglia in un campo di concentramento che conteneva 25.000/30.000 prigionieri di diverse nazionalità. Noi italiani eravamo molto disagiati, perché quando arrivò l’ordine di salire in montagna, dato che faceva ancora caldo a Marsiglia, non pensammo di portare lo zaino con i vestiti di panno, ma portammo solo la borsa tattica con una coperta e perciò eravamo ancora vestiti in modo estivo. In quel campo, con così tanti prigionieri, sembrava che di tedeschi ce ne fossero pochi perché erano concentrati all’esterno, ma ogni tanto per farsi sentire sparavano qualche raffica in alto. Ci chiesero poi se volevamo collaborare con loro, dicendoci che chi lo avrebbe fatto sarebbe stato trattato molto bene. Lì a Marsiglia soltanto 300/400 andarono a firmare, gli altri si rifiutarono di collaborare. Tutti noi poi si sperava che la guerra durasse ancora poco, perché si continuava a dire che gli alleati erano sbarcati di qua e di là. Da Marsiglia ci portarono in treno direttamente in Germania, non so in quanti giorni, so che furono parecchi.
            Arrivammo al campo di concentramento XII A a Rembo. Questo campo era molto grande, con prigionieri di ogni nazionalità. Dopo un pò di tempo fummo smistati ai campi di lavoro. Generalmente i campi di lavoro erano campi di concentramento più piccoli, circa 1.000 prigionieri e divisi per nazionalità. Il campo dove ero io, era vicino ad alcune miniere e ad alcune fabbriche e così c’era chi andava a lavorare in miniera e chi in fabbrica; però le fabbriche erano già molto bombardate, si lavorava perciò a restaurarle.
            Ogni piccolo campo aveva il suo tipo di guardia: c’erano le TOT, o quelle con la fascia al braccio tipo le SS, oppure quelle con la divisa arancio. Io ho cambiato molti campi di lavoro e così a volte lavoravo nelle stazioni, a scaricare vagoni, ma più spesso in fabbrica. Ho lavorato in una fabbrica di altiforni che era molto grossa. Entravano i vagoni di ferro e ne uscivano i carri armati pronti per il fronte; io ero addetto a un carrello elevatore. Il vitto era molto cattivo e scarso: il filone di pane di un chilogrammo che ci davano, sembrava fatto di fango e doveva servire per 5/6 persone. Dato che la fame era molta, per dividere il pane in parti uguali ci costruimmo una bilancia con dei bastoncini e un filo al centro: era una divisione molto importante. Avevano molto valore anche i grammi di pane. Da campo a campo poi c’era differenza di trattamento: in certi c’erano le guardie molto cattive che picchiavano spesso i prigionieri, anche senza ragione. Ricordo che nel primo campo dove sono stato c’era un guardiano che aveva fatto la guerra del ’15’18 contro gli italiani e si comportava ferocemente con noi perché c’era dell’odio di vecchia data. Sono stato molto tempo senza ricevere notizie dai miei famigliari e questo era molto triste per me, ma soprattutto per i miei famigliari, perché nel ‘41, quando io ero partito per il militare, la situazione della mia famiglia era molto precaria: un fratello (nato nel 1920) morto in Grecia e un’altro (classe 1914) militare in Albania. Così i miei erano molto preoccupati pensando che anch’io fossi finito male, dato la mancanza di notizie. Durante la mia prigionia non ho lavorato solo all’interno della Germania, ma sono stato mandato anche al fronte, dove ho trovato parecchi miei amici. Ricordo due fratelli di Stilo de Mariani, uno dei quali aveva una grande paura e sarebbe morto di fame se non l’avesse aiutato il fratello. Il mio carattere mi spingeva ad aiutare i compagni più deboli, così quando si andava fuori a lavorare per aggiustare strade o linee ferroviarie a volte vicino a paesi, cercavo di rubare patate o carote dai mucchi di rifornimento, per dare da mangiare ai più deboli e affamati. Questo era molto pericoloso. Se scoperti si veniva considerati sabotatori, e le punizioni che infliggevano erano varie. Una consisteva in questo: vicino al campo c’era un fosso profondo circa 60 centimetri, dove c’era sempre un pò d’acqua; ci costringevano a stenderci dentro e ad avanzare sui gomiti e siccome eravamo sempre stanchi, si cadeva spesso con la faccia nell’acqua e quando si tentava di alzare la testa, con delle fruste ci picchiavano sul collo. Un’altra punizione consisteva in questo: tenere sollevato in alto uno sgabello molto pesante e piegarci in continuazione su e giù sulle gambe finché si era esausti, altrimenti erano frustate. Siccome secondo loro io facevo il lavativo, perchè spesso dicevo che se non mi davano da mangiare non avrei lavorato, per punizione mi mandarono nei campi di lavoro ad Arlem in Olanda. Era l’autunno del 1944, ed in quel momento avevano bisogno di lavoratori per costruire fortini, camminamenti e sbarramenti per cercare di fermare l’avanzata degli americani. Eravamo 400/500 prigionieri; man mano che i tedeschi retrocedevano, noi retrocedevamo con loro, fino a ritornare a Essen nella zona della Renania. Qui il 17 Aprile ‘45 sono stato liberato dagli americani.
            Con gli americani bisogna dire che siamo stati subito trattati bene. Ci hanno poi concentrati in un campo, non tanto per farci ritornare prigionieri, ma per poter meglio controllare il nostro fabbisogno alimentare. Sono arrivato in Italia alla fine di Settembre ‘45. Quando noi si chiedeva del perché non venivamo mandati a casa, rispondevano che in Italia c’erano ancora i partigiani e dei dissidi interni, e quindi usavano questa scusa per giustificare il mancato rimpatrio. Dopo la liberazione ci sono stati dei momenti che io e la mia compagnia (Protti di Sondrio, Boris di Bergamo, Massa del Trentino e due milanesi), pur avendo a sufficienza del vitto che ci davano gli americani, andavamo a rubare proprio per un senso di vandalismo e di vendetta. Gli americani non volevano che noi si facesse questo, ma noi prendevamo dei fucili, armi ce n’erano a profusione dappertutto, li nascondevamo sotto la giacca e andavamo in giro a fare razzia di pecore o quel che capitava. Si uccidevano e poi dentro a delle latte si portavano al campo. Questo era un super più al vitto che ci davano, nonostante ce ne fosse in esuberanza. Si faceva tutto questo per vendicarci delle angherie e dei soprusi subiti; era ancora vivo in noi il ricordo di quando si passava in colonna per andare a lavorare e di come ci deridevano tutti. Perfino i bambini ci sputavano addosso, urlandoci dietro “italiani di merda”.

 

FONTANELLA MARIO Classe 1914

            Sono stato richiamato per la guerra il 10 agosto 1943, dopo aver già concluso il servizio di leva. Ero in forza a Cremona assieme al povero Attilio Guindani. Venni fatto prigioniero poco dopo essere stato richiamato. Vista la mia vicinanza a Piadena tornavo a casa tutte le domeniche a trovare la famiglia e la fidanzata. Una domenica, precedente l’8 Settembre, trovai in piazza a Piadena Ferruccio Bianchi, Laghi Tebaldo e Umberto Molinari i quali mi dissero che stavano andando in Municipio dal commissario Rossino per chiedere l’epurazione di Madella. Io mi unii a loro.
            Era il periodo di transizione, che andava dalla caduta del fascismo (25 Luglio) all’armistizio (8 Settembre). Saliti in Municipio parlò Laghi a nome di tutti spiegando le nostre richieste. Sembrava che tutte le bufere fossero finite, e invece venne l’8 Settembre. Quel giorno ero acquartierato al foro Boario a Cremona, e noi soldati eravamo convinti che il giorno successivo saremmo stati mandati tutti a casa. Invece, la mattina seguente i tre ufficiali del deposito mi chiedono un fucile con un caricatore di sole 5 pallottole invece di 6 e mi ordinano, insieme a Guindani e a un altro soldato, di pattugliare la città. Noi andammo, ma poco dopo fummo costretti a riparare alla caserma S. Lucia perchè i tedeschi sparavano verso di noi, e noi non sapevamo come comportarci. Ben presto però i tedeschi attaccarono e presero anche la caserma. Noi, dopo un lancio di bombe, ci arrendemmo. Ci portarono dietro la stazione. Io ero vicino al famoso maresciallo Cassio, della polizia ferroviaria, che sicuramente molti di Piadena conoscono per il male che fece a molta gente.
            Da Cremona ci portarono a Mantova e da lì a Norimberga. Il momento più brutto di quella partenza fu quando, passando col treno da Piadena, vidi la mia fidanzata e i miei familiari. Io ero stato catturato insieme ad Aldo Mura e a Guindani: eravamo chiusi in un vagone in 40 soldati, e lì facevamo anche i nostri bisogni. Avevamo con noi poche cose e loro, i tedeschi, ci davano da mangiare del formaggio che avevano razziato; invece non ci davano da bere. Allora, poichè io ero in una posizione del vagone dove c’era una fessura, a furia di insistere riuscii ad allargarla fin da farci passare un cucchiaio. Riuscivo così a prendere qualche goccia d’acqua, fuori pioveva, per bagnarmi le labbra e per aiutare qualcun altro che stava peggio di me. Arrivati in stazione a Monaco, chiedemmo da bere ai ferrovieri tedeschi, i quali si prodigarono a riempirci le borracce a una fontanella.
            Contemporaneamente però arrivò una tradotta di militari tedeschi dalla Russia. Ne scese un ufficiale il quale vedendo che ci davano da bere ci fece portare via le borracce. Arrivati al campo di concentramento di Norimberga in cui vi erano migliaia di prigionieri di tutte le nazioni, vennero due generali fascisti a lusingarci che ci avrebbero liberati subito e mandati in Italia se davamo l’adesione alla Repubblica Sociale Italiana. Uno di Calvatone passandomi vicino mi disse che aveva firmato. Io gli risposi che non avrei firmato niente perché se era destino che tornassi a casa sarei tornato ugualmente. Rimanemmo lì due giorni.
            Poi una sera ci caricarono e ci portarono in un posto per me sconosciuto. Dopo due giorni ci trovai un ragazzo di Drizzona, Faccini Battista detto Lallo: aveva sempre fame e continuava a chiedermi del pane, a me che avrei mangiato anche lui dalla fame.
            Dormivamo sulla paglia, pieni di pulci. Il posto si chiamava Aigu. Noi soldati lavoravamo in una ferriera enorme, più grande di Piadena, che produceva armi e carri armati. Io, benchè a Norimberga avessi detto che facevo il casaro, che era il mio mestiere, ero invece addetto alla divisione delle lamiere a seconda degli spessori. Lì rimanemmo fino al Febbraio del ‘44. Una sera di quel Febbraio, io e altri tre compagni fummo portati in un’altra zona. Noi ci spaventammo molto, pensando al peggio. Dopo tre ore di treno ci consegnarono ad una guardia mezza cieca; i tedeschi infatti avevano cominciato ad arruolare tutti gli uomini disponibili, anche alcuni invalidi. Arrivati a Bairoi i miei tre compagni furono assegnati in un caseificio del paese, io prosegui invece finché arrivai in un posto con molti prigionieri italiani che facevano i calzolai. Mangiammo, io e la guardia, le cose che avevamo con noi e nel pomeriggio proseguimmo il viaggio. La guardia non mi voleva dire la meta del viaggio, ma voleva dimostrarmi però che era lei la guardia e io il prigioniero. Dopo qualche ora di treno mi disse: “guarda i tuoi camerati”. Io guardai e mi si gelò il sangue: erano distrutti, avevano una coperta sulle spalle e stavano scavando delle fondamenta. Pensai che quella sarebbe stata anche la mia fine.
            Arrivati a destinazione fui ricevuto da un sergente italiano che era più delinquente di tutti i delinquenti tedeschi. Aveva un braccio al collo, era di Campobasso e ci teneva a dire che era della zona Albanese. Mi chiamò e mi chiese se sapevo perchè aveva il braccio al collo. Al mio diniego mi spiegò che se l’era rotto picchiando due italiani che avevano fatto cose non giuste.
            Mi portarono poi su una collina a dormire. Nessuno mi guardava o mi rivolgeva la parola, ognuno aveva i propri problemi di prigioniero.
            Alla mattina mi condussero al caseificio non senza aver prima preso un bel pò di calci nel sedere. Infatti quel mattino ero stato mandato, per errore, insieme agli sterratori a fare un giardino. Quando io dissi che non ero stato mandato per quei lavori, ma per andare al caseificio, fui preso a calci nel sedere, così cominciai a lavorare la terra. Quando poi il direttore del caseificio visto che non arrivavo, andò a protestare dal maresciallo del lager, furono fatte ricerche e venni ripescato dagli spalatori e portato al caseificio. Da quel momento molti dei miei problemi sparirono, primo fra tutti quello della fame. Al caseificio trovai un mio amico francese e con lui stavo bene. Al mattino una sentinella mi accompagnava al lavoro e mi veniva a prendere la sera. In seguito, visto che me la cavavo bene al lavoro, il direttore mi fece un permesso per andare a mangiare in trattoria. Da quel momento fui libero di andare e venire quando volevo.
            Durante il lavoro nel caseificio non presi soldi, ma dopo due mesi che ero lì, la polizia mi portò i soldi che avevo guadagnato col lavoro in fabbrica. In tutto il periodo di prigionia ho cominciato ad avere notizie dai miei familiari nell’Agosto del ‘44, cioè dopo un anno di prigionia.
            Il 12 Aprile 1945 arrivarono gli americani, rimanemmo sul posto ancora un pò, e poi decidemmo di fuggire. Rubammo la macchina del direttore di una miniera. Un compagno di Grosseto la rimise in condizione di partire; avevamo una grossa scorta di benzina e pensavamo di arrivare in Italia in due o tre giorni. Eravamo in cinque: io, che conoscevo un pò il tedesco ero il capobanda.
            Dopo aver nascosto la macchina in una latteria, una mattina alle quattro siamo partiti. Avevamo fatto solo 50 Km. che alle porte di Norimberga gli americani ci fermarono e ci portarono via tutto. C’era un ufficiale italoamericano che non capiva neanche una parola, poi insieme ad altri che scappavano ci portarono a Monaco. Ci tennero fermi lungo la strada tre giorni. Per mangiare dovevamo rubare le patate appena seminate. In seguito ci portarono in un albergo e poichè avevamo molti soldi tedeschi, lì potemmo mangiare.
            Ci riportarono quindi fino al Brennero e ci consegnarono agli italiani.
            Arrivai a Piadena il 12 Luglio 1945. Al momento della liberazione non ho provato astio per nessuno Sono stato un anno nel medesimo posto e sono sempre stato rispettato. Io da parte mia rispettavo: infatti passavo tutte le mattine davanti a una pianta di pere, e non ho mai avuto la tentazione di prenderne una.
            Essendo stato prigioniero posso esprimere un giudizio sulla liberazione di Reder: è stato un grosso sbaglio, doveva essere tenuto in cella fino alla scadenza della sua pena.

 

TONINI MARIO Classe 1913

            Ero militare ad Alessandria l’8 Settembre 1943, giorno dell’armistizio. Ero stato richiamato in guerra già dal 1939, ma il mio periodo di militare risaliva al 1935; tranne alcuni periodi passati a casa, questa guerra mi costò tra soldato e prigionia quasi dieci anni di vita.
            Il giorno dell’armistizio ricevemmo l’ordine di prepararci a resistere, ma pur essendoci le armi, non c’era la volontà di combattere, da parte di nessuno. In tutti c’era solo il desiderio di ritornare a casa. Fattoci prigionieri, i tedeschi ci deportarono in Germania, dove fui trattato molto male. Per tutto il tempo della durata del viaggio non ci fu mai dato da mangiare, solo a Norimberga ricevemmo qualche cosa che doveva essere brodo. Io fui portato al campo di concentramento di Anostentin; non era un campo di lavoro, ma un vero campo di concentramento, era grandissimo. Il mio ricordo più atroce è di avere patito molto la fame: ero entrato in quel campo che pesavo 80 Kg. e ben presto ero arrivato a 41 Kg.
            Quella prigionia è stata la rovina della mia salute. In quel campo eravamo in molti e di tutte le nazionalità, e tutti facevamo lavori pesanti, uomini e donne (io ero assegnato all’edilizia).
            Se durante il giorno si sbagliava qualche cosa, alla sera al rientro al campo si veniva puniti con getti di acqua gelida. Questa punizione ci veniva inflitta anche d’inverno. Era tremendo dover rimanere tutto bagnato con il freddo che faceva.
             Non ripeterò mai abbastanza quanto quella vita sia stata dura. Là mi sono ammalato, non stavo più in piedi e così venni trasferito in un altro campo.
            Qui venni visitato da una delegazione della Croce Rossa composta da svizzeri e francesi i quali mi ordinarono delle iniezioni. Siccome i tedeschi erano sprovvisti di alcool,  per disinfettante usavano il cloro. Dopo essermi ripreso fisicamente, venni trasferito a lavorare in campagna.
            Qui mi sono trovato abbastanza bene avendo avuto la fortuna di imbattermi in una buona famiglia. Sono rimasto con questi contadini dal novembre 1944 all’agosto ‘45.
            Sono rimasto in Germania fino all’Agosto ‘45 perchè mi trovavo in un posto molto isolato e lontano dai centri di raccolta.
            La mia liberazione è avvenuta per mezzo delle truppe polacche che precedevano quelle inglesi. Dopo parecchio tempo che era finita la guerra il mio padrone un giorno mi diede una bicicletta per raggiungere il più vicino centro di raccolta che distava 120 Km. ed era gestito dagli inglesi. Appena arrivato fui subito fatto rientrare in Italia: il mio rientro avvenne attraverso la Svizzera al contrario di tanti prigionieri che rientravano dall’Austria. In Svizzera la Croce Rossa scrisse una lettera ai miei familiari avvisandoli del mio ritorno. La lettera precedette di un bel pò di giorni il mio arrivo a casa che fu verso la fine di Agosto.
            Durante il mio periodo di prigionia ricevetti notizie da casa una sola volta e per il lavoro che ho svolto non percepivo nessuna paga. Ci davano dei marchi che non avevano nessun valore commerciale; era solo carta straccia e così sono arrivato in Italia senza un soldo. A Como però ho trovato dei partigiani che mi hanno regalato un pò di soldi che mi sono stati utili durante il viaggio.
            La mia triste esperienza di militare non si racchiude solo al periodo di prigionia, ma all’altrettanto terribile esperienza della campagna di Russia. Appena arrivato in Russia prima di essere mandato al fronte in prima linea mi ammalai di malaria. Veramente la malaria l’avevo presa in Italia, ma rimase in incubazione fino all’arrivo in Russia. Dopo la convalescenza venni mandato a combattere sulla punta estrema del Don. Noi non eravamo aggregati a nessuna divisione, figuravano come batterie autonome. Davanti a noi stava la divisione Celere di Milano, composta dai bersaglieri e si combatteva furiosamente tutti i giorni.
            Avvicinandosi le feste di Natale arrivavano da Milano dei pacchi regalo. Questi però non ci vennero consegnati subito, ma dovevano esserci distribuiti proprio il giorno di Natale. Ma il 17 Dicembre infuriò una grossa battaglia che segnò anche l’inizio della ritirata e così i pacchi non li vedemmo più. Quante bombe furono buttate in quella battaglia! Venne distrutto tutto a cannonate.
            Per di più noi si sparava sul ghiaccio del fiume per romperlo, sperando così di attraversarlo, ma quando si rompeva qui, era già ghiacciato più in là. Era un freddo incredibile! Su una macchina con autoradio tedesca vidi il termometro segnare 37 gradi. Iniziata la ritirata non ci fermammo più. Bisognava camminare sempre, anche quando non se ne poteva più; bisognava camminare ugualmente perchè se ci si fermava il gelo ci avrebbe bloccati. Durante cinque giorni di questa ritirata ho potuto mangiare una sola volta, una piccolissima fetta di zucca e una patata cruda. Ci voleva un bello stomaco, ma anche una bella fame per mangiare una patata cruda. Io avevo un piccolo mezzo di trasporto, ma i tedeschi mi fermarono per prendermi la benzina per i loro carri armati e così dovetti abbandonare il mezzo. Quella ritirata durò un mese intero, camminando, sempre camminando, fermandoci a dormire in mucchi compatti, coprendoci tutti insieme con qualche coperta. Io ho camminato quattro giorni senza scarpe, con i piedi avvolti in pezze ottenute rompendo una coperta da campo. Sono veramente atroci quei ricordi, anche per la troppa gente che ho visto morire di freddo e di stenti. Ancora qualche anno dopo il mio rientro la notte soffrivo di incubi che mi facevano saltare giù dal letto. Una cosa che ci dava una tremenda paura era la Katiuscia, una specie di mitragliatrice  lancia razzi che sparava una quantità enorme di colpi simultaneamente. La nostra ritirata a piedi terminò a Carcof. Qui trovammo gli alpini della Julia e insieme ci fecero partire per l’Italia in treno. Se fosse stato per me non sarei ripartito e come altri avrei voluto rimanere, ma gli alpini che erano ancora armati non ci permisero di disertare. Partiti da Carcof dovemmo attraversare un grande e bellissimo bosco, per paura che i partigiani russi avessero minato la linea ferroviaria. Avevano messo dei vagoni vuoti davanti alla macchina del treno; questo ci salvò perché l’attentato ci fu veramente. Qui gli alpini dovettero anche sostenere una battaglia con i partigiani russi. Ritornato in Italia dopo questa campagna di Russia ho dovuto rimanere un mese all’ospedale di Brescia per i forti dolori di cui soffrivo, poi mi dettero un mese di licenza.
            Finita la licenza venni mandato ad Alessandria dove arrivai proprio il giorno dell’armistizio, l’8 Settembre 1943, e cosi venni fatto subito prigioniero dai tedeschi e inviato in Germania.